tag:blogger.com,1999:blog-25788406928486687702009-02-20T17:33:26.678-08:00L'appeso | Luca Vona | Tutti gli articoli pubblicati su RinascitaPolitica internazionale e critica radicaleLuca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.comBlogger5125tag:blogger.com,1999:blog-2578840692848668770.post-51245063030402165542007-12-22T05:54:00.000-08:002007-12-22T05:57:12.572-08:00Elogio della Fantascienza sulle orme di Ernst BlochUno degli elementi più originali della filosofia di Ernst Bloch (Ludwigshafen, 8 luglio 1885 – Tubinga, 4 agosto 1977) è la concezione asincronica del tempo, per cui l’esistenza è concepita come un multiversum costituito da “mondi” che scorrono a velocità differenti.<br />Ogni attimo del nostro vissuto è per Bloch “oscuro” a causa dell’eccessiva prossimità tra noi e il vissuto stesso: nel presente assoluto dell’istante c’è una completa fusione tra Io e Mondo, tra Soggetto e Oggetto.<br />Ciò è di ostacolo a una visione oggettiva di ciò che stiamo vivendo. Ma nell’attimo vissuto, dietro l’apparente banalità del quotidiano, è possibile trovare “semi” utopici e sovversivi; questi si manifestano nell’arte e nei sogni ad occhi aperti: cinema, racconti di fantascienza, canzonette, e ogni altra manifestazione della coscienza collettiva, o meglio di quello che Bloch definisce, in contrapposizione alla psicoanalisi freudiana, il non-ancora-conscio.<br />Entrando in contrasto con il marxismo ortodosso Bloch addita nei fenomeni culturali e pseudo-culturali di massa alcuni elementi positivi, ovvero il presentarsi di questi prodotti come oggettivazioni della coscienza utopica, come anelito al superamento del presente.<br />Bloch si distanzia ancor più dall’estetica marxista - in particolare da quella della Scuola di Francoforte - quando anziché considerare l’arte e i suoi “sottoprodotti” come semplice rispecchiamento della realtà ad essi contemporanea li considera capaci di anticipare il mondo a venire.<br />La fantascienza è certo in grado di dire molto sul presente, sulle nostre ansie, le nostre paure, ma è anche dotata di un potere mantico e di una valenza etica, perché delineando scenari affascinanti o spaventosi ci spinge ad agire per renderli prossimi o per esorcizzarli.<br />Nella letteratura di fantascienza si manifesta l’Io trasfigurato ma ancora latente, l’Io trasmutatosi in Noi della “nuova creazione”, quello che Bloch definisce - in contrapposizione all’inconscio freudiano – il non-ancora-conscio, capace di sedurre l’uomo e attrarlo verso la patria futura.<br />Mettendosi alla ricerca dei sogni ad occhi aperti dell’umanità, nell’opera Spirito dell’Utopia (I ed. 1918; II ed. 1923) e ancor più in Principio Speranza (1953-1959), il filosofo tedesco delinea una vera e propria fenomenologia della coscienza utopica che richiama e al tempo stesso capovolge la fenomenologia hegeliana.<br />Se per Hegel la coscienza si manifesta all’uomo attraverso tre momenti storici, scanditi dal prevalere rispettivamente dell’arte, della religione e infine della filosofia, Bloch individua nel Kunstwollen, nella volontà d’arte, o meglio, nella volontà di maschera, caratteristica dell’arte simbolica e fantastica, la manifestazione suprema della coscienza, dell’utopia, del destino ultimo dell’uomo.<br />La fantascienza appare dunque blochianamente come una forma di negazione del presente, perché proietta l’uomo in un al-di-là temporale. E’ un omerico “ritorno a casa”, al capolinea della storia, dove il senso delle cose è finalmente compiuto e l’utopia diviene realtà concreta.<br />La science fiction porta con sé un carattere messianico-profetico; è come lievito capace di far fermentare nuove idee per porre in atto l’utopia. Bloch supera la concezione dell’arte come rifugio (pessimismo romatico) o come giustificazione (estetismo decadente) dell’esistenza, la poetica del sogno e del Bello fine a se stesso.<br />Non è un caso, dunque, che proprio nella definizione di non-ancora-conscio sia possibile rintracciare uno degli elementi di raccordo più affascinanti tra pensiero blochiano e fantascienza. La coscienza anticipante del filosofo tedesco appare straordinariamente vicina – per esempio – alla precognizione, elemento ricorrente in buona parte della produzione dello scrittore americano Philip K. Dick.<br />Noto soprattutto per il romanzo Do the Androids Dream of Electric Sheeps? – da cui è stato tratto il lungometraggio Blade Runner di Ridley Scott – Dick è autore di un corpus piuttosto complesso e controverso, in cui alla qualità talvolta discontinua dei testi si contrappone un’organicità visionaria di temi, presenze, paesaggi, situazioni.<br />La precognizione - facoltà che ritorna in molti personaggi dickiani e nella quasi totalità dei romanzi e dei racconti - non indica tanto la capacità di prevedere il futuro, quanto una possibilità “realmente” costruttiva (o distruttiva, a seconda dei punti di vista). Non solo cassandre che vedono l’oltre, i personaggi dotati di questo dono, attraversano il tempo, ne fanno intimamente parte, vivono ogni istante come assoluto, oscillando senza soluzione di continuità tra sogno, allucinazione e un tempo presente che si compone – di volta in volta – come un mosaico di tanti futuri possibili.<br />Il coesistere di mondi paralleli che spesso si sovrappongono senza tuttavia essere simultanei, altra costante della narrativa dickiana, coincide così in modo suggestivo con i termini di asincronia e di multiversum che caratterizzano la concezione del tempo e dell’esistenza nel pensiero di Bloch.<br />Un esempio di questo interessante insieme di corrispondenze si può trovare in uno dei personaggi più intensi usciti dalla penna di Dick, il piccolo Manfred Steiner, protagonista del poco noto Martian Time-Slip (tradotto in italiano con un non troppo felice Noi Marziani). Manfred, bambino autistico che ha la possibilità di attraversare il tempo con lo sguardo, vive – di fatto – in una delirante dimensione accelerata: della realtà vede l’aspetto più atroce, quello del disfacimento, della perdita dolorosa. Epifania di lancinante concretezza, l’immagine davanti agli occhi del bambino è contemporaneamente futura ed immanente, descritta da Dick con clinica esattezza nei dettagli.<br />Man mano che la narrazione prosegue, gli occhi di Manfred acquistano un rilievo particolare. Separati dal supporto fisico al quale appartengono, traducono il modo in cui il bambino percepisce i vari “strati” incoerenti della realtà: segmenti visivi non riconducibili ad un unicum, privi di una sequenza temporale, pochi elementi messi a fuoco con straordinario nitore, ma separati da un qualunque contesto. C’è, dunque, una visione parcellizzata, in cui ogni frammento è una manifestazione nitida ed accecante della realtà totale: in un certo senso è proprio questa densità di significati che s’annida in ogni cosa, evento minimo che ne deforma la percezione. Ed è qualcosa di molto simile all’oscurità di ogni attimo presente di cui parla Bloch, causata dall’eccessiva, ineluttabile, insopportabile vicinanza tra noi, il mondo e il nostro vissuto.<br /><br /><span style="font-weight: bold;">Luca Vona</span><br /><br />[pubblicato su Rinascita del 21 dicembre 2007]<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2578840692848668770-5124506303040216554?l=lucavona.blogspot.com'/></div>Luca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-2578840692848668770.post-84496455495027043762007-11-20T06:29:00.000-08:002007-11-20T06:35:01.274-08:00Israele-Colombia ConnectionLo scorso agosto l’INTERPOL ha arrestato all’aereoporto di Mosca Yair Klein. Contro di lui era stato emesso un mandato di cattura internazionale perché ritenuto responsabile dell’invio di 50.000 fucili mitragliatori di fabbricazione austriaca a favore dei boss della coca colombiani; un traffico gestito via Russia-Ecuador, da alcuni cittadini israeliani residenti a Bogotá. Conoscere la figura di questo mercenario è fondamentale per comprendere la “connection” israeliana e statunitense nella lotta alle forze di liberazione colombiane (FARC e ELN). Klein è stato l’addestratore delle bande di sicari che crescendo si sono trasformate nelle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), gruppi armati responsabili della tortura e uccisione di migliaia di civili nel paese del presidente neoliberista Álvaro Uribe.<br /><br />Nato nel 1943 nel kibbutz Nitzanim, una delle prime colonie sioniste in Palestina, Klein si arruola all’età di 19 anni nella brigata paracadutisti del giovane esercito israeliano. Per i suoi meriti è chiamato a formare i gruppi speciali d’assalto. Familiarizza con i segreti della difesa militare e prende parte ad azioni audaci, come quella che gli permette di riscattare decine di ostaggi in un blitz contro i sequestratori di un aereo libico. Ad appena 36 anni di età e con una vasta esperienza nel campo militare decide di lasciare l’esercito e inizia a dedicarsi agli affari. Apre un distributore di benzina e poco dopo un ristorante. In entrambi i casi fallisce. Comprende che la pace non è affare suo e rientra nell’esercito. Guida una brigata di fanteria nella guerra contro il Libano. Questa seconda esperienza militare dura fino al 1983 dopodiché entra fra i riservisti e crea una società di sicurezza privata, la Hod He'hanitin (Spearhead Ltd) con la quale riesce a chiudere un contratto di 2 milioni di dollari con la Falange Cristiana, per la fornitura di armi ed equipaggiamento. Il gruppo si renderà responsabile dei massacri nei campi di rifugiati libanesi a Sabra e Shatila. Da quel momento Klein si dedica a tempo pieno all’attività di mercenario, insegnando l’arte della guerra in diverse parti del mondo. Nel 1997 ad esempio viene arrestato a Freetown perché implicato in uno scambio «diamanti contro addestramento militare» in Liberia e in Sierra Leone.<br /><br />Le ultime notizie dell’ex colonnello, precedenti alla cattura della scorsa estate, risalgono al 2002. In quell’anno il Tribunale Superiore di Manizales lo condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione e al pagamento di una multa corrispondente a 22 salari minimi. L’accusa riguardava la sua partecipazione nell’addestramento alla pratiche di guerra dei gruppi paramilitari colombiani. Poco prima del suo arresto il mercenario israeliano era apparso in un programma televisivo trasmesso da Canal Caracol. Nell’intervista affermava di essere stato tradito dalle autorità colombiane e criticava il processo di smobilitazione dei paramilitari recentemente messo in atto dal presidente Uribe (un operazione di “lifting” politico per contrastare la sfiducia del paese nelle istituzioni). Klein si diceva disposto a tornare in Colombia solo per portare a termine il lavoro intrapreso nel 1987.<br /><br />A quell’anno risale la sua prima “visita” in Colombia, secondo quanto da lui stesso affermato, su invito del Governo. Le forze di polizia colombiane avrebbero richiesto alla sua società di addestrare i propri membri sui principi di difesa e sicurezza personale. Klein ha affermato in precedenti interviste di essersi incontrato in quella occasione con il generale della Polizia Carlos Arturo Casadiego, con un ex maggiore dell’esercito in servizio presso la fabbrica statale di esplosivi e armamenti Indumil e con rappresentanti di Atlas Securidad, impresa a partecipazione statale.<br /><br />Un altro cittadino israeliano, Eitan Koren, fece da tramite con il governo colombiano per il reclutamento dei mercenari. Koren ricopriva la carica di rappresentante per l’America Latina dell’ISDS (Israel Security Defense System), un’azienda militare che nel 1988 aveva venduto all’aviazione colombiana 16 velivoli C-7 Kfire per il valore di 200 milioni di dollari. Completavano l’assortito gruppo di mercenari l’ex comandante delle unità antiterrorismo delle forze armate di Tel Aviv Aurham Tzadaka, l’ex tenente colonnello della polizia, poi addestratore dell'esercito del Guatemala e dei Contras nicaraguensi Amatzia Sheuli e Rafi Eitan, capo dell’organizzazione segreta Lakam, impegnata nello sviluppo dei programmi nucleari israeliani.<br />Klein contò anche sull’appoggio di un commerciante d’armi israeliano, il tenente colonnello Yitzhak Shoshani, che all'inizio degli anni '80 aveva diretto la filiale di Bogotá della Israx, società che aveva firmato un contratto con la Colombia di circa 250 milioni di dollari per la fornitura di equipaggiamenti militari, sistemi radar, carri armati e cingolati. L’asse Tel Aviv – Bogotá per il trasferimento di sistemi d’arma era uno dei più consolidati in tutta l’America Latina: alla vigilia dell’arrivo di Klein in Colombia, il paese assorbiva un terzo di tutte le esportazioni di armi di Israele con commesse per centinaia di milioni di dollari.<br /><br />Nel 1988 e nel 1989 Klein è nuovamente contattato per tenere dei corsi, secondo quanto ha dichiarato nel 2002 al periodico SEMANA. In quella occasione incontra alcuni allevatori di Acdegam, assediati dai guerriglieri. Addestra quindi un gruppo di autodifesa, composto da circa 60 persone.<br />La sua creatura si trasforma ben presto in un mostro. Da quel gruppo di 60 uomini usciranno alcuni dei più temuti criminali che hanno macchiato di sangue la storia recente della Colombia.<br />A Sabaneta, nei pressi della città di Medellín, gli uomini di Klein riattivano un secondo centro di addestramento per gli uomini del narcotraffico e in particolare per il gruppo al soldo di Fidel Castaño, uno dei padri del paramilitarismo. Secondo questo combattente Klein offriva 150 mila pesos al mese più un premio di 200 mila pesos per ogni campesinos “ribelle” ucciso.<br />Sei mesi dopo il primo addestramento con Klein un gruppo di 40 uomini si sposta presso la proprietà di José Gonzalo Rodríguez Gacha, ‘Il Messicano’, uno dei più sanguinari capi del Cartello di Medellín. Il suo interesse è di formare un gruppo di sicurezza armata per proteggere le sue estese proprietà nella regione. Klein crea un gruppo di esperti in esplosivi, tattiche di assalto e tecniche di sterminio. Si dedica anche all’importazione di armi pesanti grazie ad una triangolazione tra Tel Aviv e l’isola di Antigua nei Carabi.<br />L’esistenza di una rete di protezione e finanziamento da parte della CIA ad Antigua è stata segnalata da alcuni membri del congresso degli Stati Uniti. Ancora una volta, come già successo in Salvador e Guatemala, l’amministrazione di Washington aveva preferito delegare a Israele l’organizzazione di attività clandestine che avrebbero certamente attirato lo sdegno dell’opinione pubblica.<br /><br />Per diversi decenni ex ufficiali dell’esercito israeliano, protetti dal loro paese di origine, hanno fornito ai paramilitari colombiani armi, tecnologie e addestramento per gestire la “guerra sporca” al posto dell’esercito e della polizia di stato. In tal modo il governo colombiano ha potuto contare sugli aiuti economici degli Stati Uniti, che pur consapevoli della situazione avrebbero trovato nella massiccia violazione dei diritti umani un ostacolo palese di fronte alla tribuna politica internazionale.<br /><br />E’ chiaro che la richiesta di estradizione da parte del presidente Uribe è solo un’operazione “di facciata”. La cooperazione militare tra Israele e Colombia continua al giorno d’oggi ed è sintomatico che l’attuale responsabile della sicurezza del presidente colombiano sia nientemeno che Israel Ziv, ex generale dell’esercito israeliano.<br /><br /><span style="font-family:georgia;"><strong>Luca Vona</strong></span><br /><br />[pubblicato su Rinascita del 20 novembre 2007]<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2578840692848668770-8449645549502704376?l=lucavona.blogspot.com'/></div>Luca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-2578840692848668770.post-29628744569803746242007-08-08T15:08:00.000-07:002007-08-08T15:56:14.594-07:00Israele. Educazione all'odioElie Podeh, insegnante di islamistica all’Università di Gerusalemme considera “i libri di testo una specie di ‘corte suprema’ della storia, il cui compito è di selezionare e mettere insieme pezzi della memoria di una collettività”. La storia viene quindi riscritta per assicurare un senso di continuità del presente con il passato. Questo processo di manipolazione prevede spesso l’impiego di stereotipi e pregiudizi, la cui funzione è di spiegare eventi complessi, giustificare le azioni commesse contro certi outgroups e differenziare positivamente l’ingroup in condizioni di difficoltà. Storici e sociologi spesso sottovalutano il legame che intercorre tra i libri scolastici e la memoria collettiva. Quando si studiano gli strumenti impiegati dallo Stato per forgiare la memoria collettiva si guarda alla letteratura, al cinema, alle commemorazioni nazionali, ma raramente ai libri di testo scolastici. Il primo studio sistematico sul problema del razzismo antiarabo nello Stato di Israele è stato pubblicato nel 1985 da Adir Cohen, professore dell’Università di Haifa. “An Ugly Face in the Mirror” (“Una brutta faccia allo specchio”) è il risultato di una serie di interviste nelle scuole primarie e secondarie israeliane, oltre che dell’esame attento di 1.700 libri di narrativa per ragazzi pubblicati a partire dal 1967. Il 65% dei bambini intervistati definisce gli arabi “assassini”, “criminali”, “terroristi”. L’8% li descrive “brutti” e “sporchi”. Per il 90% degli intervistati gli arabi non hanno alcun diritto né sulla Palestina né sullo Stato di Israele. Relativamente alla narrativa per ragazzi, in 520 libri Cohen rileva la presenza di descrizioni umilianti e negative dei palestinesi, definiti “violenti”, “bugiardi”, “avidi”, “traditori”. Nel corso degli anni il ministero dell’Istruzione ha apportato alcune riforme al sistema educativo. Si potrebbe pertanto pensare che le cose siano migliorate dai tempi della pubblicazione della ricerca di Cohen, grazie a una nuova generazione di professori e scrittori, che non ha preso parte direttamente agli eventi descritti nei libri – in particolare la “Guerra d’Indipendenza” per la fondazione dello Stato di Israele. Ma uno studio pubblicato 15 anni dopo da Elie Podeh riconferma una situazione piuttosto allarmante. “How Israeli Textbooks Portray the Arab-Israeli Conflict” (“Come i libri di testo israeliani ritraggono il conflitto arabo-israeliano”) propone non solo l’esame di tre generazioni di libri scolastici dal 1948 alla fine degli anni ‘90; l’autore offre anche una interpretazione del problema in chiave deterministica: i pregiudizi, le omissioni, le alterazioni della verità, il disprezzo presenti in questi libri riflettono la necessità di costruire una memoria collettiva e rinsaldare la società israeliana, ossessionata dal senso di isolamento e da una mentalità d’assedio. Un atteggiamento che è particolarmente evidente nei libri che hanno formato la prima generazione di israeliani - tra il 1948 e il 1967 - dove gli autori, poco familiari con i popoli delle terre invase si limitano a paragonare il conflitto arabo-israeliano all’Olocausto, considerando gli arabi una versione locale dei “Goy” antisemiti. La storia ebraica viene dipinta come un’ininterrotta rassegna di persecuzioni contro gli ebrei, il conflitto innescato viene interpretato come un “genocidio” ai danni del “popolo eletto” e il leader palestinese al-Husayni viene inscritto in una lunga linea di oppressori che risale fino ai tempi biblici. Lo stile di scrittura è emozionale, carico di pathos, la guerra arabo-israeliana è definita “la battaglia dei pochi contro le moltitudini”. Dal 1967 inizia nelle scuole israeliane l’insegnamento della storia e della lingua araba. La distanza fisica tra arabi e palestinesi si è infatti accorciata. Ma non quella psicologica. I libri presentano ancora una forte impostazione sionista e persino la riforma scolastica del 1975, che produce libri di testo corredati di mappe, diagrammi e illustrazioni, non fa che rafforzare, proprio con l’ausilio di questi strumenti didattici, i pregiudizi e le mistificazioni contro gli arabi. Esemplare è il modo in cui questi libri affrontano il problema dei profughi palestinesi. La lezione impartita agli studenti tende a convincere del fatto che Israele non ha avuto parte nel creare il problema dei rifugiati. Secondo la “versione ufficiale” israeliana gli arabi sono stati incoraggiati ad abbandonare il Paese dai loro stessi leader. Nella maggior parte dei libri di testo non viene menzionato il numero dei rifugiati e laddove compare è di molto inferiore ai dati forniti dalle Nazioni Unite. Per gli autori dei libri i palestinesi hanno “abbandonato” (azivah) le loro terre, si sono “allontanati” volontariamente (brihah), si sono praticamente volatilizzati. Si arriva persino ad affermare che mentre gli israeliani cercavano di convincere gli arabi a restare, questi decisero di abbandonare i territori. Una decisione che sarebbe stata presa per attirarsi le simpatie che di solito suscitano i rifugiati e per screditare Israele agli occhi della comunità internazionale. Gli autori non sembrano comunque troppo dispiaciuti del dileguamento degli arabi e come afferma Podeh “si può leggere fra le righe un certo senso di soddisfazione”. L’obiettivo della narrativa storica di questo periodo è di affermare la superiorità di Israele e assolverlo da ogni responsabilità relativa al problema dei rifugiati. La terza generazione di libri esaminata dal professor Podeh, quella che va dal 1975 al 2000 riconosce una certa responsabilità dell’esercito israeliano relativamente al problema dei profughi palestinesi. Ulteriori riforme scolastiche, avvenute negli ultimi venti anni hanno creato un dibattito all’interno delle associazioni degli insegnanti, determinando una certa scollatura tra coloro che continuano a ritenere che fine dell’educazione scolastica sia quello di alimentare la fede nella giusta causa dello Stato di Israele e coloro che, pur convinti della necessità di rafforzare il senso di coesione nella società israeliana, ritengono utile una conoscenza maggiormente obiettiva degli avvenimenti storici recenti. Anche queste ultime riforme comunque non sembrano aver prodotto risultati apprezzabili. Nulla da meravigliarsi se si considera che meno dell’1% degli impiegati al ministero dell’Istruzione (esclusi gli insegnanti) sono arabi e nessuno di questi, negli ultimi 15 anni, ha ricoperto funzioni di rilievo. Eppure l’Università di Haifa ha avuto tra i suoi iscritti circa il 20% di studenti arabi negli ultimi 20 anni, una cifra elevata, ma neanche troppo in fondo, se si considera che la popolazione araba nel nord del paese è cresciuta nello stesso periodo del 50%. Gli studenti arabi vengono tenuti lontano dalle università con una politica discriminatoria che gli impedisce di concorrere per l’assegnazione di borse di studio e posti letto, per il fatto di non compiere il servizio di leva.L’insegnamento, la ricerca, restano settori “blindati” per gli arabi e la conseguenza è un modello educativo che continua ad essere di stampo fortemente sionista. Nel 2005 il professor Bar-Tal e Yona Teichman dell’Università di Tel Aviv hanno pubblicato “Stereotypes and Prejudice in Conflict: Representation of Arabs in Israeli Society” (Stereotipi e pregiudizi in conflitto: la rappresentazione degli arabi nella società israeliana). Il libro, corredato da 50 pagine di bibliografia, è il risultato dell’analisi di 124 libri di storia, geografia e letteratura, adottati dagli insegnati delle scuole elementari, medie e superiori. Il messaggio che emerge da questi libri è ancora una volta lo stesso: i palestinesi si sono dimostrati incivili e hanno trascurato il paese, non coltivandolo. Il ritorno degli ebrei in Terra Santa è giustificato enfatizzando il fatto che si sono occupati di essa molto meglio degli arabi, “facendo fiorire terreni coltivati nel deserto”. L’uomo arabo è ritratto ancora come un essere “improduttivo”, “apatico”, “ottenebrato”, “fatalista”, “vendicativo”. Insomma: brutto, sporco e cattivo. Recentemente il Washington Report ha pubblicato un’inchiesta di Maureen Meehan sull’educazione all’odio nelle scuole israeliane; intervistato dalla giornalista uno studente delle scuole superiori afferma: “I nostri libri fondamentalmente ci insegnano che tutto ciò che fanno gli ebrei è giusto e legittimo, mentre gli arabi sbagliano, sono violenti e vorrebbero sterminare il nostro popolo. I miei compagni di classe muoiono dalla voglia di andare a combattere contro gli arabi”. Come conclude Bar-Tal nel suo libro, “qualunque sia la causa del conflitto israelo-palestinese, esso è mantenuto in vita ai giorni nostri dal fatto che gli stereotipi sull’altro sono inculcati dai media e dalla scuola fin dall’infanzia”.<br /><br /><strong><span style="font-family:georgia;">Luca Vona</span></strong><br /><br />[pubblicato su RINASCITA del 8 agosto 2007]<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2578840692848668770-2962874456980374624?l=lucavona.blogspot.com'/></div>Luca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-2578840692848668770.post-91186084684167107232007-08-08T15:06:00.001-07:002007-08-08T15:08:23.359-07:00Tra Bogotà e Medellìn: il sindacato decimatoNella Colombia di Alvaro Uribe Velez il neoliberismo continua a farsi strada a colpi di mitra. La conferma giunge dal rapporto pubblicato in questi giorni da Amnesty International. Gli interessi delle multinazionali e le politiche di privatizzazione del governo si avvalgono ormai da decenni della “guerra suicia” condotta dalle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), finanziate dalle stesse imprese e protette da polizia ed esercito regolare.La persecuzione dei leader e degli iscritti al sindacato è all’ordine del giorno. In 40 anni ci sono state oltre 2.000 esecuzioni sommarie. Emblematico quanto avvenuto nel 1996 nello stabilimento Coca Cola di Carepa (Antioquia). I paramilitari fecero irruzione nella fabbrica chiedendo del presidente del sindacato locale Isodoro Segundo Gil. Dopo avergli sparato un colpo di pistola alla testa scrissero una lettera di dimissioni dal sindacato per tutti i lavoratori, tornando più tardi a incendiare lo stabile. Ma i casi come questo sono così numerosi che il SINALTRAINAL, sindacato degli impiegati nell’industria alimentare, chiede da tempo il boicottaggio dei prodotti Coca Cola e Nestlé.Le cose non vanno meglio nel settore minerario. Il 10 e l’11 Novembre 2006 il Tribunale Permanente dei Popoli ha raccolto a Medellín numerose denuncie contro imprese multinazionali dedite all’estrazione mineraria e palesemente alleate a strutture paramilitari. Una decina le multinazionali accusate di violenze e abusi nei confronti della popolazione rurale: DRUMMOND, CEMEX, LADRILLERA SANTAFE, HOLCIM, MURIEL, GLENCORE-XTRATA, ANGLO AMERICAN, BHP BILLINGTON, ANGLO GOLD, FRONTINO GOLD MINES.Si va dall’assassinio di alcuni leader sindacali, al finanziamento di gruppi terroristici, paradossalmente gli stessi che si possono trovare nella “lista nera” stilata dal governo USA dopo l’11 settembre 2001. I funzionari delle imprese mantengono contatti regolari e organizzano periodicamente riunioni con i capi dei paramilitari.La DRUMMOND è imputata per aver fornito alle AUC appoggio finanziario, provvigioni, accesso alle strutture della sua impresa al fine di contribuire all’assassinio dei sindacalisti Valmore Lacarno Rodríguez, Víctor Hugo Orcasita Amaya e Gustavo Soler Mora.CEMEX, LADRILLERA SANTAFÉ e HOLCIM sono accusate di persecuzioni, minacce, attentati, pressioni psicologiche nei confronti dei lavoratori associati al sindacato SINTRAMINERCOL.MURIEL MINING CORPORATION ha ripetutamente violato i diritti territoriali delle popolazioni indigene e meticcie. Leggi speciali impongono di organizzare una consulta prima di dare il via a progetti di alto impatto sulla comunità nativa. La regione di Urabá è stata interessata negli ultimi 10 anni da una sequenza sistematica di crimini ad opera dei paramilitari con l’appoggio della forza pubblica. In questa zona si sta sviluppando il Proyecto Mande Norte, con il quale il governo colombiano sfrutterà attraverso la Mining Corporation le riserve di rame, oro, molibdeno e fonti non rinnovabili che si incontrano lungo gran parte della cordigliera occidentale. Negli ultimi anni i paramilitari hanno attuato un modello di repressione fatto di demolizioni collettive, occupazione territoriale, sfruttamento della risorse naturali e agricole, distruzione del tessuto sociale e culturale.GLENCORE-XTRATA, ANGLO AMERICAN, BHP BILLITON sono accusate di aver compiuto massacri e deportazioni nei confronti del popolo Wayúu. Attraverso la corruzione dell’esercito e della polizia le compagnie sono riuscite a ottenere anche lo sfruttamento di un porto naturale strategico nella località di Bahía Portete, con la conseguenza, tra l’altro, di un grave inquinamento ambientale.La FRONTINO GOLD MINES è l’unica compagnia nella quale, dopo anni di lotta, i dipendenti sono stati ammessi a partecipare alla gestione dell’impresa.Particolare attenzione merita la canadese ANGLO GOLD ASHANTI - meglio conosciuta in Colombia con il nome della sua filiale Kedadha S.A. - perché con i 4 milioni di ettari di sua proprietà è la multinazionale con il maggior numero di miniere nel paese, oltre che la seconda al mondo nell’estrazione dell’oro. Circa 60.000 indigeni e meticci del Cauca hanno assistito negli ultimi anni alla completa militarizzazione della regione, finalizzata alla repressione dei campesinos che gestiscono piccole miniere artigianali e dei coltivatori del Cacao.La Anglo Gold è dedita allo sfruttamento dell’oro in molti paesi i cui regimi servili sono sottomessi ai dettami del capitale internazionale. Anche in Africa ha precedenti per la sovvenzione di azioni repressive condotte da gruppi paramilitari con l’appoggio delle forze di polizia. Il caso più noto riguarda il finanziamento del Fronte Nazionalista e Integrazionista del Congo, accusato più volte di crimini contro l’umanità dall’Osservatorio sui Diritti Umani; una politica che ha consentito alla multinazionale di estrarre oro dalla miniera di Mongbwalu. In Romania è in corso un acceso dibattito per la costruzione di una superminiera della Anglo Gold Ashanti che costerà l’abbattimento di cinque montagne e centinaia di villaggi.Sono circa 200.000 gli ettari di terreno richiesti dalla multinazionale al governo Colombiano. Una legge proibisce l’assegnazione di più di 10.000 ettari di terreno a una sola impresa, persona naturale o giuridica, ma c’è uno spazio di libera interpretazione che consente alle multinazionali di sottoporre più richieste nello stesso tempo, ottenendo la possibilità di un’espansione pressoché illimitata sul territorio nazionale.Secondo il vicepresidente Santos “la Anglo Gold è un buon socio che favorirà lo sviluppo di queste regioni”. In realtà finora gli abitanti hanno conosciuto solo la presenza militare dello Stato, le vessazioni dei latifondisti e la violenza dei paramilitari.Queste iniziative fanno parte degli sforzi degli Stati Uniti per modernizzare la regione. Omicidi, torture e rapimenti sono le pratiche attraverso le quali la Anglo Gold-Kedadha si è espansa attraverso tutto il paese. Di fronte a un simile panorama è superfluo dire che nel suo processo di espansione violenta la multinazionale non ha mai rispettato il diritto delle popolazioni indigene ad essere consultate. Nel sud del Bolívar, in un periodo compreso tra il 1988 e il 2006, sono state registrate 330 uccisioni di sindacalisti e dissidenti, 88 casi di tortura, mentre 80 persone sequestrate dai paramilitari sono scomparse nel nulla. Una situazione che ancora oggi non tende affatto a migliorare.L’industria delle banane è un altro campo in cui le multinazionali esercitano una forte repressione del sindacato e la violazione sistematica dei più basilari diritti dei lavoratori. Alcuni mesi fa si è avuta prova che la banana 10 e lode non primeggia certo nel rispetto dei diritti umani. La Chiquita è stata infatti condannata da un tribunale americano a pagare una multa di 25 milioni di dollari per aver finanziato tra il 1997 e il 2004 i gruppi paramilitari con oltre 1,7 milioni di dollari. Il costo è stato addirittura contabilizzato dalla sua filiale colombiana Banadex, sotto la voce “sicurezza”. L’impresa bananiera ha anche “prestato” una sua nave per far entrare in Colombia più di 3.000 fucili AK-47 e milioni di munizioni.Con oltre 4 milioni di tonnellate vendute negli ultimi cinque anni è l’Ecuador il paese in cui l’industria delle banane rappresenta il pilastro portante dell’intera economia. Qui le multinazionali Bonita, Dole, Chiquita, Del Monte, La Favorita, trovano nella debole legislazione sul lavoro un nefasto “vantaggio competitivo” per spartirsi il mercato mondiale delle banane. La Bonita è di proprietà di Alvaro Noboa, l’uomo più ricco del paese, con una patrimonio di oltre 1.200 milioni di dollari. Leader della destra filo-statunitense e rappresentante delle oligarchie del paese, Noboa si è candidato tre volte alle elezioni presidenziali uscendone tre volte sconfitto, l’ultima nel novembre 2006, sorpassato al ballottaggio dal leader della sinistra Rafael Correa. A pesare sul ristretto margine di vittoria dell’avversario sono stati soprattutto i problemi del mancato presidente con i sindacati e gli operai delle sue numerose imprese (un centinaio circa).Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro l’Ecuador è tra i cinque paesi del mondo in cui si commettono le maggiori violazioni dei diritti sindacali. I lavoratori non si organizzano nemmeno, per paura delle rappresaglie. Solo l’1% è iscritto a un sindacato. A questo primato fanno da sfondo la miseria degli stipendi (dai 30 ai 70 dollari a settimana per i raccoglitori di banane) e la mancanza di assistenza sanitaria, così come di norme di sicurezza per i raccoglitori di banane, costantemente sottoposti a fumigazioni con diossina e altri pesticidi durante le ore del raccolto (fino a 12 al giorno). Sono circa 250.000 gli impiegati nelle piantagioni, molti dei quali bambini. E’ su queste basi che i produttori ecuadoriani hanno fatto del loro paese il principale esportatore di banane. Pur godendo formalmente del diritto costituzionale a creare organizzazioni sindacali, per una legge non scritta, le imprese hanno il medesimo diritto di licenziare i loro dipendenti, quasi tutti precari. Anche qui, come in Colombia, i rari tentativi di protesta vengono soffocati dalla mano armata dei paramilitari al soldo delle multinazionali.<br /><br /><strong><span style="font-family:georgia;">Luca Vona</span></strong><br /><br />[pubblicato su RINASCITA del 24 luglio 2007]<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2578840692848668770-9118608468416710723?l=lucavona.blogspot.com'/></div>Luca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.com0tag:blogger.com,1999:blog-2578840692848668770.post-58645440403671144272007-08-08T15:00:00.000-07:002007-08-08T15:01:57.526-07:00La morte nera... e frizzanteCoca Cola, Pepsi, soft drink. Ovvero bevande pressoché prive di valore nutrizionale. Negli Stati Uniti uno dei principali fattori di rischio per l’obesità. Ma in altri paesi il loro consumo può risultare ancora più pericoloso. Non solo per l’alta concentrazione di zuccheri, acido fosforico (325 mg/litro) e anidride carbonica che costituisce i loro ingredienti, ma anche per le tracce di pesticidi e altre sostanze cancerogene, presenti con valori 30-40 volte più alti rispetto ai limiti stabiliti in Europa. In India l’inquinamento delle falde acquifere è una vera e propria emergenza ambientale e sanitaria. Un problema che sembra trascurato – se non ignorato – dalle multinazionali americane, preoccupate piuttosto di trasformare in dollari le risorse del Paese e a trovare in esso nuove schiere di consumatori. L’allarme sulla pericolosità delle bevande prodotte e commercializzate in India dalle cola company è stato lanciato dal Centro per la Scienza e per l’Ambiente di Nuova Delhi, organizzazione no-profit che lotta contro gli eccessi dell’industrializzazione selvaggia. A guidare la battaglia contro le multinazionali della cola è Sunita Narain, attivista originaria da una delle famiglie che appoggiarono la lotta per l'indipendenza indiana del Mahatma Gandhi. La Pepsi, che ha subito un drastico calo delle vendite in india dal 2003 a oggi, è accusata di prosciugare le già scarse riserve idriche dei villaggi indiani, senza preoccuparsi tra l’altro di effettuare un trattamento delle acque in grado di garantire la sicurezza dei propri prodotti. Oltre alla bevanda che porta il nome del “parent brand” la Pepsi ne commercializza altri 12 tipi. La Narain si è dovuta scontrare con l’ostilità di alcuni dirigenti della multinazionale americana, le cui ingerenze sul governo indiano stanno frenando l’approvazione di uno standard nazionale per la sicurezza delle bevande messe in commercio. Ma molti politici non sono rimasti indifferenti di fronte all’allarme lanciato dal CSE, arrivando a vietare la vendita di soft drink in alcune regioni – è il caso del Kerala – o proibendola nelle scuole e negli ospedali. Al di là dei “provvedimenti straordinari” c’è un’ostilità crescente da parte della popolazione, nei giorni scorsi infatti, durante alcune manifestazioni sono state distrutte decine di bottiglie di Pepsi Cola, mentre diversi manifesti pubblicitari sono stati strappati e dati alle fiamme. Per far fronte al drastico calo delle vendite sul mercato indiano (che era stato considerato come uno tra i più promettenti) le cola company hanno reagito con qualche sporadica conferenza stampa e finanziando progetti per lo sviluppo dell’agricoltura. Che gli investimenti maggiori siano destinati alle campagne di marketing è però sotto gli occhi di tutti. Persino degli abitanti dei villaggi himalayani, che si sono visti tappezzare gli edifici a ridosso di templi e monasteri con gigantografie di celebrità chiamate a sponsorizzare le bevande che li avvelenano e <span style="font-family:georgia;">prosciugano</span> le loro terre.<br /><br /><strong><span style="font-family:georgia;">Luca Vona</span></strong><br /><br />[pubblicato su RINASCITA del 26 giugno 2007]<div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2578840692848668770-5864544040367114427?l=lucavona.blogspot.com'/></div>Luca Vonahttp://www.blogger.com/profile/15349163667224714752noreply@blogger.com0